Buon anno, mamme!

Oggi sono qui per salutarvi, in tutti i sensi.
Prima di tutto perché è l’ultimo giorno dell’anno e si chiude un cerchio, visto che i Maya ormai l’abbiamo sconfitti.
Come è stato il vostro anno? Avete meno di 24 ore per fare il vostro bilancio: come donne, ma soprattutto – parlando qui dell’argomento – come mamme.

Il mio anno è stato bellissimo, il primo intero anno insieme a Tom: ce la siamo spassata, topo, che dici? Abbiamo imparato a camminare; a dire mamma; abbiamo cominciato la scuola e siamo stati al mare; qualche malattia ce la siamo presa, ma niente ci ha buttato giù, neanche quella notte al pronto soccorso, ricordi?

Questo anno l’ho raccontato in questo blog e sono molto felice di aver letto tutti i vostri commenti; di essermi sentita capita e di aver capito cose che solo le mamme capiscono; di aver dato buoni consigli e di averne ricevuti di eccezionali.

Tommaso questa sera non so se arriverà fino alla mezzanotte, ma sono felice di sapere che sarà con tutti i suoi nonni, mentre noi ceneremo con qualche amico.
Il Natale, il secondo Natale di Tom, è trascorso sereno, con un forte raffreddore che non ci ha impedito di suonare il nuovo pianoforte o giocare con la lavagna. Regali belli, semplici e che sono stati apprezzati.
Spero che anche i vostri figli abbiano avuto ciò che speravano da Babbo Natale, nonostante l’anno, per noi aiutanti, sia stato assai tosto.
Vi auguro un 2013 con il botto, pieno di prime volte da raccontare.

E come vi dicevo questo è un post di saluti, perché sono sicura che ci rivedremo, ma la mia “Prima volta” su Style finisce qui.

Se voleste continuare a seguire le mie peripezie da mamma e da blogger vi rimando al mio sito dove troverete tutte le indicazioni per continuare a leggermi in futuro.

Grazie davvero a tutte: alla redazione di Style.it, a Margherita, ad Auro, a Serena, e a voi, mamme!

E come si dice quando le storie non devono finire: “Dopo una prima volta, c’è sempre una seconda”. E magari ci si rivede proprio su Style!

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La prima festa di Natale a scuola: timidezza o carattere?

Ieri abbiamo partecipato – Tom, l’UdR ed io – alla prima festicciola natalizia della scuola: una mattinata trascorsa tra le mura scolastiche che per l’occasione si sono aperte a genitori e parenti. Un’occasione per stare insieme agli altri bimbi, farsi gli auguri e vedere come si comporta il proprio piccolo in mezzo a tanta gente.
Ah, anche l’occasione per riscattarmi come mamma-cuoca (ma di questo ne parleremo a fine post).

Ma partiamo dalla questione festa di Natale, dato che da quello che ho potuto vedere sugli account Twitter e Facebook di varie amiche mamme, non sono stata l’unica questo fine settimana ad aver festeggiato.
Nella mia scuola i bambini, quelli del nido e dell’asilo insieme, si sono limitati a cantare qualche bella canzoncina e ritirare i regali che Babbo Natale in persona ha portato per loro e per le maestre. E da voi come è andata?

Questa prima festa di Natale, per Tommaso, è stato un piccolo banco di prova in società, ma lui non ha voluto troppo prenderne parte, tanto che non ci siamo seduti in mezzo agli altri bimbi a cantare, ma lui ha preferito fare altro.
Tommaso ha meno di due anni, è davvero piccolo ed è ancora in una fase in cui deve capire il mondo attorno a sé, ma – mi chiedo – nel comportamento di Tom alla festa (schivo, lontano dalla folla e impegnato in cose tutte sue, come cercare di forzare l’armadietto della macchina del caffè perché amante delle serrature in genere; fare lo scivolo; o dare da mangiare ai pesci della scuola) devo leggere solo il bello della sua età o anche parte di come sarà?
Ecco, non so, ma da quanto ho capito, Tommaso è un tipo molto serio, ai limiti del solitario, ma sopratutto è uno di quelli che guarda le situazioni dall’esterno, senza prenderne parte immediatamente: ha bisogno dei suoi tempi, di ambientarsi, e noi glielo lasciamo fare, seppur spiegandogli cosa accade e perché si trova in una determinata situazione.

Dato che non credo sia l’unico bambino a comportarsi così, ho voglia di condividere con voi questo suo momento, che trovo molto tenero, ma che va saputo accompagnare con delicatezza, perché il rischio di non saperlo gestire è dietro l’angolo: ci sono genitori che “constringono” i propri figli a stare con gli altri e a fare quello che fanno gli altri perché si deve fare; altri che invece non fanno nulla che il figlio non voglia fare, tanto da arrivare a non portarlo alle feste o in altre occasioni per non turbarlo.

Morale della prima festa di Natale di Tommaso: forse non è ancora pronto per esibirsi insieme agli altri, ma all’arrivo di Babbo Natale ha capito chiaramente che le cose sarebbero andate per il verso giusto e – prendendo per mano suo papà – è andato a prendersi il suo regalino, l’ha scartato in mezzo agli altri, ed è stato molto felice.Ecco, come sempre la verità è nel mezzo: lasciateli liberi di muoversi in situazioni diverse come meglio credono e poi vedrete che saranno i primi a scegliere se buttarsi o meno nella mischia.

Mai felice quanto la mamma che – come dicevo sopra – ha vinto la gara di torte di Natale con i suoi cupcake natalizi (vorrei ricordarvi quanto fossi rimasta male alla festa di fine anno, pochi mesi fa…)!

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Quando arriva davvero il primo natale di un bambino?

L’anno scorso ho festeggiato il mio primo Natale con Tommaso ed è stato bellissimo, anche se – come detto – alla fine è stata solo una prova generale per gli anni a venire.

È stato bello rendersi conto che, dall’anno scorso in poi, c’è nella tua vita qualcuno a cui far vivere il Natale come solo un bambino sa fare: con quell’emozione per l’attesa che ti pervade fino all’ora X.

Ammetto che, fortunatamente, sono una di quelle che quell’emozione ama coltivarla ancora oggi, alla tenera età di 32 anni: io il primo dicembre parto con le canzoni di Natale e non la smetto più fino alla mezzanotte del giorno dell’Epifania.
Amo il periodo natalizio: amo scendere in cantina, recuperare i miei addobbi e meravigliarmi perché “Uh, non me lo ricordavo, questo!“, “Nooo, questa pallina era di quando ero piccola“, etc.
Poi preparo i biscotti, il té profumato alla cannella, le lucine – ah, quanto amo le lucine – e il puntale che faccio sempre fatica a incastrare.

Tutto ciò amo farlo a prescindere da Tom, ma è chiaro che da quando c’è voglio condividere ogni istante con lui. Ma quando sarà davvero possibile?

L’anno scorso sapevo che, avendo lui solo dieci mesi, sarebbe stato un Natale di passaggio e al massimo avrei potuto fargli venire un po’ di sana curiosità, ma niente di più; quest’anno mi aspettavo davvero di trovare in lui un elfo alleato e di trasformare con lui la casa: ho aspettato che si svegliasse per cominciare a montare l’albero, gli ho fatto vedere le palline, le lucine e lui… Niente!
Non il minimo interesse.


Non vi dico la delusione quando è arrivato il momento di fare i biscotti: non aveva alcuna intenzione di farli con me, né tanto meno di mangiarli. Ossanta, come ha fatto una golosa come me ad aver creato un bambino al quale non interessano i dolci?

E le canzoni di Natale? Figuriamoci, lui vuole il suo cd di canzoncine e guai a sostituirlo.
Neanche la sua app preferita, che per il periodo natalizio si è vestita di bianco con tanto di pupazzo di neve che canta Jingle Bells, l’ha stupito, anzi: preferisce la versione classica.

Devo dire addio alle mie aspettative natalizie e all’idea di vederlo spalancare gli occhi quando l’albero si riempirà di regali per lui? Questo forse no, so bene che la notte di Natale sarà felicissimo, sopratutto perché troverà tutta la famiglia riunita, i nonni finalmente a Milano, e la tavola apparecchiata. I regali li scarterà ridendo, ma è chiaro che non è ancora pronto per il VERO Natale.

Di Babbo Natale? Non ne abbiamo ancora parlato. E sono sincera, non credo gliene parlerò: non vorrei mi dicesse che non esiste!

 

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Influenza e malanni di stagione nei bambini: piccolo manuale di sopravvivenza per genitori

Ok, ieri ho voluto scherzare, ma in realtà dicevo proprio sul serio e il problema di come somministrate le medicine a Tommaso rimane una questione aperta dato che, puntuale come ogni anno, è arrivata la febbre.

Già, ci risiamo, arriva l’inverno e con esso i primi malanni di stagione: naso chiuso, quel pizzicore alla gola, un po’ di catarro e infine – e questa chicca lo scorso anno l’avevamo saltata – il vomito!
Il piccolo Tom si è beccato la prima influenza dell’anno e da domenica siamo barricati in casa, aerosol alla mano. Inizialmente sembrava una cosa da nulla, ma l’altra notte il termometro ha toccato il 39.2 e via libera al Nurofen. Non sta malissimo, anzi è piuttosto vispo per avere la febbre: è proprio vero che i bambini sono innocenti, al posto suo io sarei seppellita sotto le coperte, lamentandomi e chiedendo gentilmente di poter avere una bella tazza di latte caldo con il miele e un goccino di congnac, per stendermi definitivamente.

E invece lui è dillà che riposa e io qui che scrivo con un mal di testa che non vi dico – ma in trentadue anni di vita mi è ormai chiaro che, salvo qualche influenza inevitabile, ho degli anticorpi che spaccano! – e attendo che si svegli per spupazzarlo un po’.

Sia chiaro: non passo tutta la settimana appiccicata a lui perché, come molte di voi, qui tocca lavorare e l’influenza del piccolo può risultare un intoppo alla propria routine, c’è poco da dire.
Parlo da donna fortunata, di quelle che praticamente lavorano ovunque, anche a casa, e che possono permettersi, per abitudine e per scelte di vita, di lavorare anche di notte o in orari poco comuni per stare dietro al piccolo malato. E poi c’è l’aiuto dei nonni e del padre, quando il lavoro richiede più concentrazione.

Ma so per certo che il problema più grosso di una mamma che lavora, quando il bambino si ammala, è riuscire a gestire quella settimana senza farsi prendere dal panico.

Ecco qualche idea per occuparsi di tutto senza ansie.
1. Trovate qualcuno che vi aiuti/sostituisca: non potete scegliere una persona a caso per stare accanto a vostro figlio, quando già non sta troppo bene. Scegliete per tempo, nei momenti in cui non ne avete alcun bisogno, la persona adatta a farvi da spalla: il papà sarebbe la cosa migliore, ma se lui non potesse optate per una baby-sitter che conoscete bene, i nonni, la donna delle pulizie o la vicina di casa, solo persone molto fidate.
2. Le tre L: letto, lana e latte sono i rimedi più sani ed efficaci. Io poi vi consiglio anche una bella C, come cartoni, perché niente tiene più compagnia a un piccolo malato se voi siete impegnate in cucina per preparargli la minestrina.
3. Non vi sentite in colpa: l’influenza gira, non siete state voi a fargli prendere freddo, per cui state tranquille che passa.
4. La febbre sotto i 38.5 (presa per via rettale) non è febbre. Ricordo bene la prima volta che Tom sfiorò i 40: ecco quella è febbre ed è lì che arriva il primo spavento, poi si comincia a capire come comportarsi e si diventa un po’ più genitori.
5. Non cedete alle richieste: nei casi di influenza con vomito è meglio non appesantire i bambini, per cui niente merende ipercaloriche, ma mele, banane, minestrine e ingredienti leggeri.
6. Tante coccole: non abbiate paura di prendervi l’influenza, tanto se vi tocca c’è poco da fare. E poi come si fa a non stringerli forte quando sono più bollenti di una borsa dell’acqua calda e hanno bisogno di protezione come il primo giorno in cui sono nati?
7. Un buon pediatra: col tempo ho capito che un buon medico non è quello che accorre, ma è quello che risponde sempre. Fate in modo di tenere aggiornato il pediatra, anche solo per  tranquillizzarvi. E se poi aveste bisogno: fatelo venire a casa oppure chiamate la guardia medica.
8. Dormite quando potete: se il bimbo sta molto male non dormirà con facilità e dovrete andare a calmarlo più volte nella notte per cui, appena la situazione vi sembra tranquilla, riposatevi, ai piatti nel lavello ci penserete domani.
9. Acqua e memoria: non dimenticate che i bambini con l’influenza devono bere molto, ma siete voi che dovete ricordarglielo! E, in caso di raffreddore, non dimenticate nemmeno i mitici lavaggi nasali con soluzione fisiologica.
10. Aria e umidificatore: vi ricordate l’odio che provavate verso vostra madre quando spalancava le finestre in pieno inverno? Quella madre ora siete voi e, soprattutto quando in casa si aggirano dei germi cattivi, dovete cambiare l’aria alle stanze: trasferite la famiglia in una stanza e fate un giro di cambio-aria per qualche minuto, poi accendete un umidificatore, versatevi qualche goccia di olio balsamico e passa la paura!

P.S. Piccolo aggiornamento: niente influenza, Tom ha la tonsillite e questo significa solo una cosa: l’influenza ha da venire! Stay tuned.

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Come dare le medicine al bambino

Non. Lo. Sooooooo!

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Lavarsi i denti: mamma, ricordati di ricordare

Arriva un bel giorno in cui accanto al tuo spazzolino appare un piccolo spazzolino e un profumatissimo dentifricio colorato: è il giorno in cui tuo figlio ha ormai tanti piccoli dentini in bocca e quei denti tocca cominciare a lavarli.
Ora, se insegnare a un bambino a fare la pipì nel vasino è un’impresa piuttosto ardua, insegnargli a lavarsi i denti lo è molto meno, ma no per questo la cosa va presa sottogamba.
Prima di tutto perché sei tu a dovertelo ricordare.

Spesso si fa facile ironia sul fatto che le mamme siano un po’ svampite, ma provateci voi a tenere a mente tutte le cose che dovete fare voi, più quelle che deve fare vostro figlio e – molto spesso – quelle che dovrebbe fare il vostro compagno.
Quando si diventa mamma bisogna creare una bella cartella nella propria mente nella quale salvare un promemoria contenente tutti i gesti quotidiani che diamo per scontati e che invece dobbiamo ricordarci di ricordare a nostro figlio.

lavare-denti-bambini

E così qualche mese fa io e Tommaso abbiamo cominciato a lavarci i denti insieme: abbiamo cominciato nel bidet e ora siamo passati al lavandino.
Ovviamente fosse per lui lavarsi i denti significherebbe semplicemente succhiare via il dentifricio alla fragola dallo spazzolino. È qui che subentra la mamma per insegnare a quell’ometto che deve spazzolare, avanti e indietro, sopra e sotto.

Ottobre è stato il mese della prevenzione e su Style trovate tanti buoni consigli per la cura dentale dei più piccoli.

Il mio compito, da buona mamma, è ricordami di ricordarvi che i denti van lavati tutti i giorni e tutti i mesi.

E poi ovviamente non vedo l’ora che gli cadano tutti i dentini per organizzare la sorpresa del topolino… A proposito, si usa ancora?

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Distacco mamma-bambino: cosa ho capito dopo una settimana senza mio figlio

C’è quel pomeriggio in cui lo lasci con la nonna.
C’è quella volta che rimane poche ore con il papà.
C’è poi la prova del nido, ma quella l’abbiamo ormai superata.
C’è pure quella sera in cui hai una cena e lo lasci a dormire a casa dei nonni, ma poi te lo vai a riprendere.
Infine c’è quella volta, quella prima volta, in cui la mattina non lo vedi; il pomeriggio non lo vedi; e la sera non lo metti a letto.
È quello che supera di gran lunga le 24 ore il primo vero distacco tra mamma e bambino e il mio è avvenuto 21 mesi dopo la sua nascita.

Ho amiche mamme che il primo distacco l’hanno fatto diversi mesi prima di me: c’è chi è partito per lavoro e c’è chi semplicemente ha sentito il bisogno di farsi un weekend con il proprio marito/compagno, senza bambini intorno.
Ecco, io senza Tommaso intorno non ho mai sentito il “bisogno” di starci: mi è capitato diverse volte di lasciarlo a scuola e poi riprenderlo la sera a casa della nonna, a volte l’ho anche lasciato addormentarsi a casa sua, ma poi l’ho sempre ripreso (c’è da dire che ho una suocera che abita a pochi metri da casa mia).
L’idea che Tommaso non vedesse me come prima cosa al mattino non era concepibile e non lo sarebbe stato ancora per chissà quanto tempo se non avessi avuto un’esigenza più grande di lui, sempre legati agli affetti.
E così, una settimana fa, è avvenuto il distacco: suo padre è venuto a prenderlo a Roma (e vi parlerò presto anche di quanto conti nella vita avere un compagno di cui fidarsi) e l’ha portato a casa nostra, a Milano.
Quattrocento chilometri e sei giorni dopo l’ho riabbracciato.

Ed ecco cosa ho capito in questi giorni:
1. Ho un compagno fantastico (non che non lo sapessi, ma me l’ha confermato)
2. Ho un figlio fantastico (idem, come sopra)
3. Passare qualche giorno senza mio figlio è stato rilassante, soprattutto staccare mentalmente dalla routine mamma-bambino in un momento per me molto stressante non è stato affatto male.
4. Non vederlo la mattina è stato strano, ma sapere che lui dormiva sereno e che non ha mai pianto per la mia assenza mi rassicurato. E mi sono fatta qualche bella dormita oltre le dieci del mattino.
5. La mia vita non è diversa senza di lui. È solo che ora c’è lui e tutto è più chiaro.

E voi, quando avete cominciato a lasciare vostro figlio per più di ventiquattro ore? E – soprattutto – come è andata?

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I bambini prematuri: nasce un blog dedicato a loro

La maturità non arriva a 18 anni, quando puoi firmare le giustificazioni e guidare un auto. La maturità arriva prima, quando si è pronti per nascere.
Si dice che un frutto è buono solo quando è maturo, ma spesso c’è chi non aspetta di essere maturo per staccarsi dall’albero: accade a quei bambini che non aspettano, che non possono aspettare o che sono costretti a non aspettare.
Sono i bambini prematuri e io ne conosco un paio: sani, forti e bellissimi.
La mia gravidanza è durata 38 settimana, perché poi Tommaso è venuto al mondo con un taglio cesareo dato che aveva deciso che la posizione migliore per stare dentro me era quella ad amaca, e così non sarebbe mai uscito!
Mancavano due settimane, ma ormai l’attesa era finita. Ci sono genitori che, inaspettatamente, non devono attendere così a lungo e oggi mi rivolgo a loro, anzi da oggi c’è chi lo farà…

bambini-prematuri prima volta Ogni anno nascono nel mondo 15 milioni di bambini prematuri, oltre un milione non sopravvive e questi numeri sono in aumento. In Italia sono più di 40.000 i neonati che ogni anno necessitano di cure per essere nati troppo presto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama l’attenzione della comunità internazionale e invita ad agire concretamente per prevenire e ridurre il fenomeno.

Domani, 17 novembre, è la Giornata Mondiale della Prematurità e oggi nasce Per Primi, un blog studiato e creato da chi conosce bene la questione e sa che i genitori di bambini nati prematuri hanno bisogno di informazioni, di condividere esperienze e di non sentirsi “diversi” da chi porta a termine le famose 40 settimane di gravidanza.

Raffaella Cappello, mamma di due bambine premature, è la fondatrice di Per Primi e vuole fornire informazioni e dettagli utili a tutti coloro i quali vivono per la prima volta questa esperienza: la descrizione del reparto di terapia intensiva neonatale, gli aspetti della vita di neogenitori alla luce delle esigenze di un bambino prematuro, fatti di cronaca che hanno come protagonisti i bambini prematuri, le loro famiglie, le strutture e il personale che se ne prende cura.

Perprimi.it non ha pretese di essere un sito medico-scientifico, ma vuole divulgare informazioni sulle cause della prematurità, sulle sue possibili conseguenze, sui rischi e le eventuali complicazioni legate all’immaturità del neonato.

Per primi lo trovate anche su Facebook e Twitter

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Moltiplicatevi e non fate figli unici (fidatevi, io sono unica)

Quando qualcuno mi chiede se io sia felice di essere figlia unica di solito rispondo così: “Sono sempre stata benissimo, viziata il giusto – d’altronde hanno solo me, chi altro mai dovrebbero viziare? – e molto amata“.
Solo una volta dissi ai miei genitori che avrei voluto un fratellino, ma forse sbagliai a porre la richiesta quando li riunii davanti a un tavolo, all’età di quattro anni e dissi: “O mi fate un fratellino oppure mi date un gatto“.
Puntuale, il giorno dopo, eravamo in un allevamento a prendere il mio primo gatto, Gigi, un persiano bianco che è vissuto con noi per vent’anni.

La mia vita da figlia unica è piena di bellissimi ricordi, solo noi tre: viaggi, confidenze, momenti unici, di quelli che forse solo in tre puoi vivere.
Poi però per me ci sono stati gli amici e le loro famiglie numerose, casinare, incasinate, con quelle dinamiche tra fratelli che molto volte ho cercato di capire, ma che non mi sono mai appartenute.

Sono felice di essere figlia unica, non credo di essermene mai lamentata, ma è quando diventi grande e i tuoi genitori invecchiano che le cose cambiano, perché arriva – giustamente – il momento in cui i figli devono poter restituire tutte quelle attenzioni, i sacrifici, la pazienza e l’amore.

Certo, questo capita a tutti i figli, anche a quelli non unici: solo che superare quelli che una mia amica ha definito i tagliandi della vita a cui si sottopongono i grandi adulti se si è in due, o in tre, è più facile.

Avere dei fratelli vuole dire condividere.
E se quella condivisione da piccoli può risultare una sciagura – io avevo la mia stanza, i miei giochi e i miei vestiti solo per me – alla lunga i benefici sono tanti.
L’alternativa per noi figli unici è trovarsi delle amicizie molto solide e curarle sempre, anche a distanza.

In questi giorni il mio papà è in ospedale (è per lui che ho scritto questa cosa, l’ho fatto prima che si operasse e ha portato bene) e con la mia mamma facciamo la spola in ospedale perché Tom è con me, a Roma, ma lui in clinica non può entrare. L’altro giorno dovevamo esserci tutte e due ed è solo grazie alla mia migliore amica, che è accorsa per tenere Tom, che siamo riuscite a farlo.

Quando la sera ho ritrovato mio figlio e la mia amica è andata via ho riflettuto su una sua frase: “Io posso venire sempre da Tom, ma non potrò mai andare da tuo padre, se non per salutarlo”.
È tutto qui, per quanto tu ci possa litigare, piangere, ridere o scherzare: i fratelli ti possono stare vicino sempre e avranno con la tua famiglia la stessa confidenza che hai tu.

Regola di vita imparata dopo 32 anni di unicità: moltiplicarsi!

Foto di SuziJane

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Come cambia una città quando hai un bambino

Roma e Milano sono diverse. Ma parecchio. E lo sono come sono diverse tutte le città.
Il fatto è che quando hai trascorso ventisei anni della tua vita a Roma credi di sapere come è fatta, credi di averla vissuta abbastanza per poter dire: “Ciao mi chiamo Ilaria e Roma è la mia città“.
Poi ti nasce un figlio e nasce a Milano. E quando già ti tocca fare i conti sul fatto che ciò stia avvenendo – tu Ilaria di Roma stai avendo un bambino – ti rendi conto che fino a quel giorno la tua testa, i tuoi progetti prevedevano la parola Roma in tutti i tuoi discorsi.

“Lavoro a Roma”. “L’ho conosciuto a Roma”. “Mio figlio è nato a Roma”.
Nulla è come pensavi, ma quando nasce un bambino non ci pensi, non hai tempo.

Poi passa qualche mese, parecchi, e a Roma ci torni, con frequenza molto irregolare ma ci torni per portarci proprio il tuo bambino. Che vuoi che non veda Roma?

Come lui la veda, Roma, non lo so ancora, cosa ne pensi me lo dirà poi, so solo che al momento sono io che la vedo con lui e pensando a lui. E questa città è cambiata.
Parlo di Roma, ma credo che chiunque si ritrovi a vivere la propria città di nascita con un bambino ne noti i cambiamenti.

Prima di tutto nella Capitale è molto difficile trovare un marciapiede con la discesina e, si sa, per noi mamme con passeggino la discesina è una mano santa.
Poi ho capito che a Roma non ci sono parchi. Prima che io venga insultata pubblicamente dai romani (sono sempre romana anche io), posso spiegarmi? Villa Pamphili, Villa Borghese, Villa Glori: Roma è piena di ville, con prati giganti, le distese ardite e le risalite, ma se non ce l’hai sotto casa arrivarci è piuttosto complicato. Così cerchi un minimo spazio verde con dei giochi per bambini (bastano uno scivolo e un’altalena) che siano decenti e raggiungibili a piedi, ma non ci sono e quelli che ci sono stanno in posizioni molto poco piacevoli e non adatte a un nanetto.
La questione mezzi pubblici non è certo meno complicata: ricordo un viaggio in Olanda e gli autobus che si aprivano perfettamente ad altezza marciapiede, così né i diasabili né le mamme dovevano in qualche modo andare incontro a un dislivello per poterci salire. Fantascienza? Non credo, è solo buon senso.

Non è che Milano sia meglio, anzi difficilmente direi che Roma possa in qualche modo essere battuta da qualunque altra città per bellezza, clima, cielo, colori e gioia di vita, ma di certo Milano è più lieve.
E sono più lievi tutte le città che sanno capire di cosa hanno bisogno i bambini. Non sono le mamme ad avere le necessità, ma i grandi di domani.

Vi siete mai chiesti perché in Svezia, in Danimarca o in altri paesi del Nord i bambini sembrino sempre così felici?

Non sono paralizzati dal freddo: hanno un Paese che pensa a loro.

Ultima ora: a solo due ore dalla pubblicazione di questo post ho letto di questa iniziativa milanese che punta al ripristino di aree verdi con l’aiuto dei bambini. Ecco, non volevo fare quella che dice bene di Milano e male di Roma, ma il caso mi è venuto incontro. Se avete da segnalare cose simili a Roma ne sarà felice!

Foto credits: Moyan_Brenn_BE_BACK_on_10th_OCT

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