I bambini digitali meritano genitori reali

È chiaro: Tom è un nativo digitale. Lo sarà senza che abbia scelto di esserlo perché cresce in un mondo in cui la tecnologia ha raggiunto livelli avanzatissimi, e sarà sempre peggio (o meglio?).
Le sue dita sull’iPad scorrono già a perfezione; il mio iPhone sparisce ogni due minuti, e casualmente è sempre in mano sua, vicino al suo orecchio, mentre dice “‘onto” per imitare il mio “Pronto!“; rubare il mouse del padre è il suo hobby preferito; e lo schermo del computer lo attira più del ciuccio.

C’è ancora oggi chi inorridisce e pensa che i bambini debbano preservare la propria innocenza tecnologica fino a data da destinarsi, ma sono convinta che non ci sia nulla di male.
Qualche tempo fa, quando la mia famiglia è stata protagonista di un servizio per le Invasioni Barbariche sulle famiglie digitali, sono stata a lungo in dubbio, avevo paura di aver fatto male a esporre mio figlio (poi esporre: lui si vede per pochi secondi rispetto ai quattro minuti e mezzo andati in onda). Poi, come giustamente mi ha fatto notare suo padre, e qualche nostro amico: Tommaso è nato in una famiglia che in, con, su, per, tra e fra la Rete ci vive e – come io un tempo, con un padre architetto, giravo nei cantieri polverosi e conoscevo operai simpatici – lui vedrà schermi accesi sul mondo, leggerà i libri solo sull’iPad e ascolterà la musica sparandola in tutta casa cliccando sul suo iPod (in realtà uno tutto suo ancora non ce l’ha, sia chiaro!).
Tutto questo per dire che i tempi cambiano e per quanto Tommaso ami giocare a palla o correre nel parco, la sua vita avrà a che fare con la tecnologia. E la tecnologia avrà (anzi, ha già) a che fare con lui.
Il primo esempio che mi passa per la mente sono le App per bambini: ogni giorno ne esce una nuova e io le scarico e le tengo da parte per quando saprà giocarci con me.
Perché la cosa importante è non lasciarli soli, i nostri figli. Che si tratti di vita reale o virtuale poco importa, l’unica cosa da fare è non perderli di vista e insegnargli a vivere.
Mio figlio è un nativo digitale, ma la sua vera fortuna è quella di avere dei genitori digitali.
E ciò non significa che siamo due fissati con la tecnologia, ma solo che sappiamo come funziona il web, cosa succede quando si va online e quali sono i rischi che si corrono.
E se la sera io e suo padre giochiamo a scarabeo online pur stando sullo stesso divano, non significa che ci siamo dimenticati il resto: come ci si sente quando si tolgono per la prima volta le ruotine alla bici; cosa vuol dire realizzare un veliero con i Lego; quanto sia divertente creare castelli di sabbia, e ancor più distruggerli.

Sono una mamma digitale e ringrazio Skype per aver permesso ai miei, in quel di Roma, di non perdere un istante della crescita di Tommaso; ma sono strafelice all’idea che presto saranno a Milano, per sempre.
Se, da mamma digitale fulltime, posso dare un consiglio a chi digitale ancora non lo fosse, o magari rifiuta di esserlo, è quello di diventarlo, di imparare cosa accade davvero in rete, senza paure ma con grande curiosità: solo così i bambini digitali sapranno diventare adulti reali.

Foto: gretchichi

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Litigare davanti ai bambini: giusto o sbagliato?

È capitato anche a noi, lo ammetto.
La prima volta che litighi davanti a tuo figlio rimane davvero impressa, non credete?
A me è successo qualche tempo fa, a tavola: UdR (Uomo di Riferimento n.d.r.) ed io discutevamo animatamente di qualcosa che adesso nemmeno ricordo, niente di grave, ma i toni si sono alzati. Entrambi ci siamo scordati che al nostro fianco c’era Tom, sul suo seggiolone, che mangiava una mela.
Poi all’improvviso quella serie di suoni a cadenza regolare, piccoli lamenti, che stava emettendo Tom ci hanno colpito come un’asteroide dal cielo.
L’abbiamo guardato, ci siamo guardati e abbiamo smesso. Sorridendogli.
I suoi occhi erano velati da un principio di lacrima e la faccia sembrava aver capito tutto, ma non sapeva cosa dirci. O piuttosto come dircelo.
Non siamo una coppia litigiosa, anzi, ma litigare ogni tanto capita a tutti.

La litigata tra me e Udr, quella sera, era tutt’altro che finita, ma il viso di Tom ci ha fatto fermare. Quando Tom è andato a letto suo padre mi ha detto: Non litighiamo più davanti a lui, ok?

Ecco, per me è ok, ma sono anche convinta che ai figli si debba mostrare anche il lato meno positivo dell’amarsi: non è sempre tutto sereno.
Poi credo non si debba esagerare e mi sono ripromessa che, fino a quando non potrà parlare o capire davvero, eviterò di urlare con suo padre in sua presenza.
Ai figli le cose vanno spiegate bene e con calma, solo così ci ameranno e comprenderanno chi siamo. Questo credo.
Ora Tom non ha l’età per capire. E non l’avrà per un po’.

Il giorno dopo, con la casa vuota e Tom al nido, ho preso il mio compagno e ho concluso la litigata rimasta in sospeso.
Poi abbiamo fatto pace (con tutti gli annessi e connessi).

Foto credits: Corbis

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Festa di fine anno: la mia prima gara di torte

L’altra domenica Tom, UdR ed io abbiamo partecipato alla prima festa della scuola. Il tempo ci ha graziato e così, invece di rimanere chiusi nella scuola, siamo stati in uno splendido orto/giardino, con tanto di laghetto con i pesci e alberi da frutto. Ci siamo sentiti una famiglia: sveglia alle otto, colazione insieme, il tutto di domenica mattina; poi passeggiata fino al parco, balli in cerchio mano nella mano con altri genitori, chiacchierate con le maestre, gare di torte…
Tom ci è sembrato davvero felice, soprattutto per il laghetto con i pesci rossi e per il fatto che fossimo tutti insieme.  È stato tutto molto bello, tranne per la gara di torte. Non ho vinto.

Premessa: sono un’ottima cuoca, amo fare i dolci in casa e sono molto competitiva. Questi tre fattori, associati alla parola “gara di torte”, mi avrebbero portato a sicura vittoria se non fosse stato che il giorno prima della festa, a scuola, mi avevano detto che per mancanza di partecipanti la gara non l’avrebbero fatta.
Viste le premesse, e dovendo portare tutti qualcosa da mangiare, ho fatto comunque una torta di mele, ma ho deposto le mie armi culinarie e più che concentrarmi sull’estetica ho puntato alla quantità.
La mia torta, cotta in una teglia di alluminio anonima (non uso mai le teglie di alluminio!) e impreziosita solo da una spruzzata di zucchero a velo, arrivati alla festa finisce dritta, dritta sul tavolo della gara di torte.

“Ma come, non avevate detto che non si faceva?”
“Eh, ma poi tutte le mamme ne hanno portata una”.

Prima regola delle feste della scuola: non credere alle mamme.
Quando siamo arrivati infatti il tavolo era già sovraccarico di dolci, ognuno col suo nome, e la targhetta “Torta di mele” era già stata presa da un’altra torta. La mia l’hanno ribattezzata “Mele in torta” e l’hanno butttata nella mischia. Non vi dico la mia disperazione.
E mentre UdR insegnava a Tom tutti i nomi delle piante presenti nel parco e mi regalava un quadrifoglio raccolto in un vaso indicatogli dal nostro bambino, io mi struggevo: “Se solo avessi saputo prima, avrei stracciato tutti senza bisogno della prova assaggio“, continuavo a ripetere all’UdR.
Su quel tavolo imbandito, tra falsi d’autore (una crostata e dei muffin chiaramente acquistati al supermercato e messi tra le torte artigianali) e falsari (le torte che più colpivano l’occhio erano decorate con panna spray o gelatina), la mia torta rimaneva in disparte.
I giudici, padri e bambini dai palati – chiaramente – poco esperti, si facevano guidare più dal marrone del cioccolato e dalle mele luccianti di gelatina più che dal gusto. Come potevano non sentire quanto fosse secco l’impasto; quanto amaro il cacao; quanto poco cotta la base della torta; quanto insapore i frutti rossi utilizzati per la decorazione: sì, le ho assaggiate tutte. E sì, non ho reagito bene alla sconfitta.

Ma ecco cosa ho imaparato dalla mia prima festa della scuola, con annessa gara di torte:

1. Devo imparare a smussare il mio lato competitivo prima che Tommaso possa copiarmi: non è il massimo vedere una madre che passa tra i tavoli chiedendo “Avete votato? Avete assaggiato quella torta?”
2. Che le mamme degli altri barano, ma alcune fanno ottime polpette.
3. Che i padri e i bambini si accontentano di tutto e non andrebbero messi a giudicare del cibo, soprattutto all’ora di pranzo, dopo aver giocato e corso e con una fame pazzesca: si attaccano a tutto, specie se si tratta di patatine al formaggio puzzolenti.
4. Che a stare insieme alla propria piccola famiglia fa sempre bene.
5. Che i quadrifogli si trovano anche in un giardino sperduto di Milano, sopratutto quando a cercarli sono i tuoi uomini.

Foto credits: Visit Hillsborough

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50 consigli per far crescere al meglio tuo figlio

Ho trovato questo post e la prima cosa che mi sono detta leggendo il titolo è stata: “Acciderbolina, cinquanta? Non saranno troppe?
Ecco, forse acciderbolina non l’ho detto, ma è il caso che impari a farlo perché a breve Tom ripeterà ogni mia singola parola. Ma ne parleremo poi.
Ad ogni modo, leggendo tutti e cinquanta i modi utili, secondo tale Mary Jo Rapini, per far crescere un figlio sano, felice ed equilibrato devo ammettere di trovarmi d’accordo quasi su ogni punto ed è per questo che voglio riproporveli, anche se l’ho ridotti di numero ed eliminando quelli che hanno a che fare con i comportamenti da adottare con bambini un po’, molto, più grandi del mio.
Voi, in quanto figli e genitori (o futuri genitori) che ne pensate: credete siano dei buoni consigli e – soprattutto – applicabili in tutto e per tutto?
Giochiamo a “Celo. Celo. Manca”

1. Quando sei con tuo figlio e hai deciso di passare del tempo con lui/lei spegni il telefono cellulare. Nulla è più importante in quei momenti. MANCA
2. Fissa dei limiti. MANCA, PER ORA
3. Impara a dire di no, e a mantenere il punto. CE LA POSSO FARE
4. Sii affettuosa con il tuo compagno (suo padre), soprattutto quando sei davanti ai lui. CELO
5. Prenditi almeno un giorno da dedicare completamente alla tua famiglia. CELO
6. Rispetta e fai rispettare l’orario della cena. CELO, QUASI
7. Prenditi il tempo e cucinare con il tuo bambino. CELO! CELO!
8. Prenditi il tempo per stare con tuo figlio. CELO
9. Prenditi tempo per aiutarlo a fare i compiti. RIMANDATO A DATA DA DESTINARSI
10. Prenditi il tempo per fare attività extra-scolastiche con tuo figlio. CELO
11. Mantieni le promesse. Se perdi la fiducia di tuo figlio, perdi tutto. CELO
12. Non parlare male di suo padre quando sei con tuo figlio. OK, MA NON SEMPRE, GIUSTO?
13. Non spettegolare davanti a lui UFF!
14. Cerca di mantenerti sano e informa, sei un genitore. CELO
15. Parla ai tuoi figli dell’importanza di vivere una vita sana. MA COME: DOPO IL LATTE NON SI PASSA DIRETTAMENTE ALLE DROGHE PESANTI?
16. Prenditi il tempo per ascoltare tuo figlio e morditi la lingua quando serve. AHI!
17. Impara ad accettare gli amici dei tuoi figli. ANCHE LE LORO MADRI?
18. Mostrati interessato a ciò che guarda tuo figlio in tv e online. CELO
19. Non mandare gli SMS a tavola. E SE MI ARRIVANO?
20. Insegnali di prendersi cura delle sua stanza, ogni giorno, anche se hai la colf. NO PROBLEM, TOM È GIA’ L’ADDETTO ALLA LAVASTOVIGLIE.
21. Dai la paghetta a tuo figlio solo in cambio di qualche lavoro. Insegnagli il valore del denaro. È PER QUESTO CHE FA LA LAVASTOVIGLIE
22. Non dire le parolacce davanti a lui. WORK IN PROGRESS
23. Non bere e non inviare sms mentre guidi, soprattutto con un bambino a bordo. CELO
24. Mangiare sano significa dire NO al fast food. OK, DOPO QUESTA AMMETTO DI AVER SMESSO DI LEGGERE IL POST: UN FASTFOOD OGNI TANTO NON HA MAI AMMAZZATO NESSUNO.

Ho scorso velocemente le altre regole e infine ho letto l’ultima regola, la cinquantesima: “Non sei più una bambina, ora hai un bambino: comportati da genitore“.
PER I MIRACOLI MI STO ANCORA ATTREZZANDO.

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Prime scarpe e la questione Barbie

Il soprannome indiano di mio figlio è “Calzino spaiato“: sin da piccolissimo era impossibile vederlo con tutti e due i calzini addosso contemporaneamente. Li perdeva. Va a sapere come.
E io che credevo che i calzini spaiati fossero una prerogativa dei cassetti dei maschi adulti, mi sono dovuta ricredere. Ma parliamo di ciò che va sopra ai calzini: le scarpe.

Ho un problema con le scarpe, tutte. Nonostante UdR creda che, in quanto donna, io rispecchi in tutto e per tutto il testo di “La follia della donna” degli Elio e le Storie “quel bisogno di scarpe” io non c’è l’ho, o meglio: le ballerine non valgono, giusto?

Il mio problema comunque è con i tacchi – che non uso – e con le scarpe delle Barbie: ma voi trovate sia utile mettere le scarpe a quei piedini plasticosi?
La mia teoria è che le donne si dividono in: “Quelle che mettevano le scarpe alle Barbie” e “Quelle che no”. Ecco, io no.

E dopo questa affermazione arriviamo a Tommaso: non essendo una fanatica del tacco 12, capirete la mia gioia nello scoprire di aspettare un maschio. Niente shopping in cerca del plateau perfetto, olè!

Credo che i neonati siano come le Barbie: non hanno davvero bisogno di indossare le scarpe, fino a quando non camminano. E di conseguenza le madri, che spesso con i neonati tornano bambine e giocano a vestirli come si faceva con le bambole, possono essere divise in: “Quelle che mettono le scarpe ai neonati” e “Quelle che no”. Io, no.
Conosco tante mamme che costringono quei piccoli piedi in scarpe firmate, solo per completare l’outfit del piccolino, ma credo sinceramente che non ce ne sia alcun bisogno.
E poi, vabbè, c’è Suri.
Tommaso ha messo le sue prime scarpe intorno ai nove mesi. Con i primi, timidi, passi ho comprato le scarpe adatte (ma quanto costano le scarpe per bambini?), ma per settimane non ne ha voluto sapere: le perdeva, come i calzini. Abbiamo aspettato un po’ e all’inizio per non scivolare usava semplicemente i calzini antiscivolo. Poi un giorno ho provato a infilargli di nuovo le scarpe e da quel momento non se l’è più tolte. Ora è lui a cercarmi, scarpe alla mano, per farsele mettere.
Adesso il problema è quale numero comprare, ma – come per i vestiti – bisogna andare un po’ a occhio: il caro e vecchio metodo del pollice che pigia sulla punta delle scarpe vale sempre, no?

E voi che mamme siete: scarpe alle Barbie oppure no?

Foto credits: dsb nola

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Saper gestire le emergenze

«Vedi, alla fine abbiamo fatto bene. Sono contenta che siamo andati all’ospedale. Mi sento più tranquilla»
«Sono contento»
«Ma perché: tu non sei stato più tranquillo?»
«Sì, ma in effetti poi gli hanno dato la stessa medicina che gli stavamo per dare noi»
«Ho capito, ma almeno ci hanno detto cosa ha fatto salire così tanto la temperatura»
«No, no, infatti: va bene, sono contento»
Direi che portare il proprio figlio in ospedale molto preoccupati e poi tornare sollevati – sapendo che ha solo la gola molto infiammata – va più che bene, no?
Ma gli uomini sono così: domanda-risposta; azione-reazione; avere febbre-dare medicina. E l’aspetto emotivo? Il bisogno di pensare e capire cosa ci accade intorno? La necessità di agire d’istinto? Poca, molto poca. Ahinoi.

O forse no: forse, va bene così.

Una madre si allena giorno dopo giorno, vivendo in una sorta di simbiosi con il proprio figlio, il proprio sesto senso e si rende perfettamente conto quando sia il momento di passare dal livello “NO PANIC” a quello “OKAY, PANIC!”.
Un padre deve saper assecondare al meglio questo momento, anche sdrammatizzandolo.
Una coppia dovrebbe riuscire in qualche modo a compensarsi quando c’è da prendere delle decisioni che la riguardano, ma quando c’è di mezzo uno o più bambini la complicità e la capacità di capire l’altro diventa fondamentale.

L’altra notte il mio istinto mi ha detto di portare Tommaso al pronto soccorso e il mio Uomo di Riferimento (per voi Udr, d’ora in poi), nonché padre di Tommaso, ha messo la giacca, preso le chiavi e ha guidato fino all’ingresso dell’ospedale. Tranquillo.
È vero, la situazione non era di totale emergenza (ma lo ammetto solo col senno di poi), ma lui è riuscito a fare la parte del “Non è nulla, vedrai“, mentre io ero totalmente immersa in quella “Cielo! Il mio bambino!“.
Questa mattina a colazione, casualmente, ho avuto la conferma di aver fatto bene, anche solo per qualche linea sopra ai quaranta gradi. Uno studio pubblicato sulla rivista Pediatrics ha infatti analizzato – scrive oggi il Corriere della Serale cartelle cliniche di circa 4.600 bambini che hanno avuto accesso al pronto soccorso dell’Erasmus Medical Center/Sophia Children’s Hospital di Rotterdam nell’arco di un biennio (tra il 2006 e il 2008). Era la febbre alta con apparenti complicazioni la ragione per cui ci si era rivolti al dipartimento di emergenza. Il 75% di mamme e papà che hanno giudicato seria la condizione del loro piccolo avevano ragione: il bambino è stato infatti classificato come bisognoso di una visita urgente, molto urgente o immediata da parte del personale del pronto soccorso.

Abbiamo fatto bene.
E anche se questa mattina nel leggere l’articolo al mio Udr (ripeto: d’ora in poi lo chiamerò Uomo di Riferimento) e sentendomi rispondere solo “Va bene, sono contento” sono rimasta amareggiata, ripensandoci credo che sia giusto così: va bene, siamo contenti e abbiamo saputo affrontare la nostra prima situazione d’emergenza.

Vedremo come reagiremo in futuro. Chissà se continueremo con i nostri ruoli (lui No panic e io Panic!) o se, a seconda dell’emergenza, ce li scambieremo.

E voi, la vostra coppia, come gestite le grandi e piccole emergenze?

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Il pediatra e la primipara: l’unico paziente è il bambino

Venerdì sera. Ore due di notte. Ospedale Niguarda di Milano. Pronto soccorso.
Volete che ve la racconti tutta o preferite che arrivi subito al sodo?
Ok, partiamo con le buone notizie: Tom sta bene – ora – ma ha avuto la febbre altissima e gli sono state diagnosticate le placche in gola.
Sono finita al pronto soccorso prima di tutto perché le sfighe capitano sempre di notte (e spesso la notte è quella di un giorno festivo) e poi perché pensavo di essere forte, razionale e di non aver bisogno di rassicurazioni.
Ma le primipare devono essere rassicurate, anche quando sembra che non ne abbiano bisogno.

Quando venerdì sera la febbre è salita per la prima volta ho inviato un sms alla pediatra che mi ha subito prescritto la medicina per fargli scendere la febbre. Non ha avuto bisogno di fare altri accertamenti, mi ha solo scritto che se il giorno dopo l’avesse avuta ancora alta mi sarebbe venuta a trovare. Solo il giorno dopo. Quella sera la febbre è davvero scesa, ma poi è giunta la notte e l’effetto della medicina è svanito come per magia. Il malanno si è ripresentato puntuale, portando la temperatura di Tom alle stelle.
Ma a quell’ora nessun pediatra, nemmeno quello privato a pagamento, mi avrebbe potuto aiutare e così via, verso il pronto soccorso.
E in macchina, abbracciata a mio figlio che tremava e scottava, continuavo a dirmi che se solo fosse venuta subito la pediatra, al primo avviso di febbre alta, non saremmo dovuti arrivare a tanto. Bastava una visita. Avrei dovuto chiederglielo io o sarebbe stato giusto che a proporlo fosse stata la pediatra stessa?
Perché ho come la sensazione – e anche la conferma dopo un breve sondaggio tra parenti, amici e sconosciuti – che non sia più uso comune andare a trovare i piccoli pazienti, se non in casi gravi (gravi secondo il medico e non secondo chi chiama)?
Parliamoci chiaro, so anche io che alla fine si è trattato di un forte mal di gola.
Alla fine, però!
Tommaso è il mio primo bambino ed era la prima volta che mi ritrovavo con un termometro che segna 40,5 in mano. Io che ho la febbre olimpionica: una volta ogni quattro anni e di solito arrivo massimo a 37,5.
E anche se da piccola mi ammalavo molto poco, ricordo bene il mio pediatra che accorreva ogni volta che mia madre lo chiamava pur abitando dall’altra parte della città.
Quindi le cose sono due: o mia madre era più convincente di me oppure i dottori (i tempi) sono cambiati.
Credo che la mia storia sia quella di tante mamme (ce ne erano almeno tre l’altra sera in ospedale) che si trovano a vivere gioie e dolori del primo figlio e che a volte hanno solo bisogno di essere tranquillizzate da un controllo sul proprio figlio, in casa propria. La scelta del pediatra è spesso un terno al lotto e imparare a fidarsi non è facile.
Le primipare poi sono diverse, c’è poco da fare. E questo dovrebbero impararlo anche i dottori.
Sono certa che i medici abbiano tanti pazienti e che se andassero da tutti i bambini con la febbre alta avrebbero bisogno di una giornata da 72 ore, ma sono anche certa che prima di tutto il compito di un pediatra sia capire come gestire la madre, magari insegnarle cosa è davvero grave e cosa no.
Perché se il bambino è paziente, la primipara non lo è altrettanto.

Foto: Alex E. Proimos

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La prima risata contagiosa

Sono certa di non essere l’unica che si ritrova con le lacrime agli occhi dalle risate mentre guarda qualche video su YouTube, giusto?
I video dove ci sono altri che ridono spesso sono i migliori. Se poi a ridere sono i bambini piccoli, con quelle bocche spalancate e la risata acuta da sembrare dei pupazzi, non si può che esserne contagiati.
Mi sono riguardata questo video mille volte l’altro giorno, mentre cercavo materiale per il post sul lavaggio nasale.
La cosa che più mi piace è la capacità di ammazzarsi dalle risate che hanno i piccoli per semplici gesti o rumori a cui ormai noi non diamo più peso.
La prima vera risata di nostro figlio è un’altra di quelle cose difficili dimenticare, soprattutto se sei riuscito a riprenderlo. Quella volta che accadde a Tom, aveva solo cinque mesi, ero lì e con il padre lo stavamo filmando mentre si divertiva ad agitare le gambe. Bastò un “Dove vai?” detto all’improvviso e lui scoppiò in una sonora risata dando il via a quella magia che continua ancora oggi.
Come si sa ogni mamma è convinta – e fa bene – che suo figlio sia unico e speciale.
Be’, ecco le risate uniche e speciali più cliccate su YouTube.

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Come fare a pulire quel nasino e altre storie

Io e Tom siamo stati a Roma per Pasqua. Passare un po’ di tempo con i nonni e le zie romane è stato bello, peccato per il brutto tempo e sopratutto peccato che Tom e io non siamo stati benissimo.

Prima di tutto, tanto per tornare velocemente sul tema a me molto caro “Viaggiare in treno, da sola, con un bambino“, vi ricordo che:
1. Potete leggere questo post per avere qualche consiglio su come fare e quali posti scegliere.
2. Dovete stare sempre attente all’aria condizionata e al riscaldamento. Pare proprio che quelli delle ferrovie non abbiano ancora capito come si regola l’emissione e non hanno mezze misure: il clima passa da “spiaggia caraibica” a “natale a Cortina” in pochi minuti. Ed ecco come ci siamo ammalati Tom e io.
3. Se vostro figlio decidesse di non dormire per tutto il viaggio e avesse già imparato a camminare munitevi di uno zainetto o di un marsupio per portarvi dietro cellulare, soldi e biglietto: vi ritroverete a percorrere tutti i vagoni del treno, avanti e indietro, per ore. Ah, ovviamente l’imbarazzo di dover conoscere ogni singolo passeggero grazie a vostro figlio è compreso nel prezzo, ma se foste fortunate potreste incontrare pure qualche vip. Ho un personale record di incontri con Pierfrancesco Favino: è chiaro che prima o poi scapperemo insieme.

Tornando alle mie vacanze – con febbre – romane, come vi dicevo Tommaso non è stato benissimo: una brutta reazione all’ultimo vaccino gli ha fatto passare tre giorni con 39 di febbre e in più un raffreddore che non finiva mai.

Tra raffreddore, smog e incapacità di soffiarsi il naso (almeno fino ai due anni, di solito) i nostri bambini hanno sempre il naso sporco e tappato.
L’unico modo per pulirlo bene è il lavaggio nasale, una pratica piuttosto tribale che impariamo a conoscere già quando siamo incinte: è durante quei nove mesi di naso costantemente tappato che ho usato per la prima volta lo spray nasale all’acqua di mare. Poi è arrivato Tommaso.

Dopo qualche settimana dall’arrivo del piccolo, una mamma capisce subito che una delle cose più fastidiose per il proprio bambino è quella di non riuscire a respirare liberamente e per aiutarlo bisogna pulirgli quel nasino. Quando sono molto piccoli se lo fanno fare senza troppi problemi, più crescono e più ne sono infastiditi, quasi terrorizzati.
D’altronde dategli torto: una siringa o una fialetta ficcata nel naso che si riempie d’acqua non è il massimo.
Ho provato le fialette, lo spray e la siringa; ho provato a usare solo i fazzoletti o la pompetta “aspiramuco”; ho provato a giocare con lui prima di spruzzargli l’acqua nel naso o ad agire all’improvviso: ed ecco le mie conclusioni.

1. Comprare in farmacia il boccione di soluzione fisiologia è la cosa migliore: un litro dura tantissimo, costa molto poco e poi vi basterà infilare dentro la siringa con tanto di ago (da tenere ovviamente molto lontano dalla portata del bambino) e aspirare 3 ml di liquido per i bambini sotto l’anno di età e 5 ml dopo l’anno, staccando poi solo la siringa e lasciando l’ago inserito nel tappo per mantenere quasi sigillata la bottiglia.
2. La pompetta a bocca e quella elettrica sinceramente mi fanno un po’ senso, ma ne ho trovata una al supermercato, piccola e molto utile, che si tiene premuta con le dita quando si inserisce nelle narici e poi si lascia di colpo per prelevare il muco in eccesso.
3. I lavaggi andrebbero fatti quasi tutti i giorni e se il bambino è raffreddato anche di più. La pompetta, però, non la uso sempre.
4. Quando vostra madre o il vostro compagno cominciano a dirvi “Ma poverino! Che tortura! Ma sei sicura che si debba fare proprio così?” voi fate un bel respiro, cercate di capire che forse loro non l’hanno mai fatto o semplicemente l’hanno rimosso, e ditegli che l’avete letto qui. Datemi pure la colpa, ma datela anche ai pediatri e a tutti coloro che consigliano vivamente di pulire il naso costantemente ai bambini per farli stare meglio.
5. Non amo lavare il naso a Tom: lui si sente ssoffocare (un secondo, sia chiaro), piange e si divincola, ma dopo sta bene. Sorride e respira meglio. E quel sorriso è l’unica cosa che conta!

P.S. Se aveste bisogno di capire praticamente come lavare il naso ecco qui un video, il post di una pediatra con tanto di infografica e un sito dedicato all’argomento.

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Il bagnetto: grande vasca, piccolo bambino

Il primo bagnetto non si scorda mai.
Di solito avviene una decina di giorni dopo il rientro a casa, quando ormai il cordone ombelicale è cicatrizzato, o addirittura caduto, e non c’è problema ad immergere quell’esserino di vostro figlio nella vasca.
Partiamo dalle basi: la temperatura. Una delle prime cose da controllare è proprio il calore dell’acqua: la temperatura ideale si aggira intorno ai 36°-38°C. Per misurarla vi conviene munirvi di un termometro adatto oppure imparare a capire sulla vostra pelle quando è giusta: non deve farvi urlare “Ahi!“, ma neanche farvi dire “Mmm, ne aggiungo un po’“. Sottolineo: ho scritto “capire sulla VOSTRA pelle” perché i padri non hanno mezze misure, secondo loro l’acqua o ustiona oppure è ghiacciata.

L’organizzazione del bagno è una di quelle cose a cui si pensa all’ultimo, ma non va sottovalutata. Per fare il bagno a un neonato ci sono vari modi: nel lavandino di casa, a patto che il rubinetto non sporga troppo rischiando che il piccolo ci batta la testa e che mettiate sempre alla base un asciugamano, facente funzione di antiscivolo; nella vasca da bagno, ma attenzione a schiena e ginocchia, le vostre non quelle del bambino, perché tempo tre bagni si spezzeranno di certo; nella doccia, occhio agli scivoloni; oppure usando una classica vaschetta da neonato.

Se foste in procinto di fare il primo bagnetto ecco i miei consigli per non farsi prendere dal panico.

1. In ospedale. Prima di tornare a casa con vostro figlio, chiedete alle infermiere qualche consiglio per maneggiare il piccolo quando sarà nella vasca e chiedete quando potrete lavarlo.

2. Fate i conti con quel che avete in casa. Se voleste usare una vasca mettendola nella doccia o appoggiandola sopra la vostra ricordatevi di prendere bene le misure. Se invece sceglierete un mobile-bagno-fasciatoio da tenere nella sua stanza premuratevi che abbia il tubicino per lo svuotamento e che sia funzionale piuttosto che trendy, altrimenti riempire e svuotare la vasca diventerà il vostro incubo. Leggi di più

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